Rappresentare un’identità: il caso della comunità queer

Negli Stati Uniti sono nate diverse iniziative per raccontare dal basso le persone LGBTQ. Con il duplice obiettivo di rafforzare il senso d’appartenenza e produrre una narrazione realistica e lontana dagli stereotipi

Le narrazioni non servono solo ad ampliare un pubblico di riferimento e a ottenere maggiore consenso e fiducia. Diffuso da sempre, dalla tradizione orale a quella scritta, lo storytelling ha un potere ancora maggiore: è in grado di costruire una comunità e di rafforzarla, trovando per un insieme di persone che condividono qualcosa – un’appartenenza geografica, un credo, una passione, uno stile di vita – le parole giuste per raccontarsi. Così è accaduto a Rae Garringer, che nel 2014 ha fatto un viaggio attraverso la campagna degli Stati Uniti, dal Mississippi al Nuovo Messico fino al Colorado, raccogliendo le testimonianze di persone queer per poi farne un sito web, Country Queer, che raccoglie tutte le storie in podcast.

Raccontare la diversità

Come spiega National Geographic, Garringer, persona queer della regione degli Appalachi, è partita con un preciso scopo: aveva bisogno di sapere di non essere sola. Le 45 ore di registrazione che ha collezionato hanno dimostrato che non lo è, e rappresentano il punto di partenza di un progetto di racconti orali che allora muoveva i primi passi. “Le vite delle persone queer di campagna sono così diverse fra loro, sono diversi i luoghi, sono diverse le identità – dice Garringer -. Al mio ritorno ho pensato: Sì, siamo ovunque. L’avevo sempre pensato, ma non ne avevo la riprova concreta”. Accettando le contraddizioni intrinseche dei racconti orali, Garringer si pone l’obiettivo di smantellare gli stereotipi più frequenti sulla vita dei queer nelle zone rurali, che mette in risalto solo l’isolamento e la segretezza.

Un progetto nato dal basso

L’autrice ha finanziato il suo progetto tramite Kickstarter, sito statunitense di crowdfunding. Il processo ha richiesto molto tempo: Garringer ha iniziato nel 2013 con un semplice passaparola intervistando amici e conoscenti; oggi lavora con un assistente editor e tre consulenti editoriali, tutti incontrati lungo la strada. Tommie Anderson, l’assistente editoriale del podcast, ha spiegato come ascoltare fin da adolescente la terminologia utilizzata nelle interviste gli avrebbe probabilmente permesso di scoprire la propria individualità attraverso le storie di sconosciuti. Questo è il senso dello storytelling per le comunità.

Telling Queer History

Il progetto di Garringer non è un caso isolato di narrazione all’interno della comunità queer. Telling Queer History unisce persone LGBTQ di diverse generazioni, etnie, identità di genere e background per condividere storie in un formato aperto e informale che incoraggi la partecipazione. L’obiettivo dichiarato è costruire un senso di appartenenza. Il gruppo normalmente si incontra di persona (nelle città di Minneapolis e Saint Paul in Minnesota), ma durante la pandemia tutti gli eventi si sono spostati in uno spazio virtuale, arricchendo l’archivio del blog. Ogni appuntamento si concentra su un tema, a partire dal quale ciascuno può raccontare la propria storia, per poi intessere una narrazione collettiva.

Il progetto Them.

Con un simile obiettivo nasce Them., un magazine online che parla di cultura, moda, spettacolo, salute, una piattaforma content comunitaria che “racconta e celebra le storie di persone e voci emergenti” attraverso la lente della comunità LGBTQ. Inoltre, in collaborazione con  GLAAD Media Institute Them. ha realizzato una serie di video per formare e mobilitare la nuova generazione LGBTQ, con l’obiettivo di insegnare come raccontare la propria storia ai media. Questo perché – si legge – la visibilità che la comunità queer ha oggi anche sui media tradizionali può rivelarsi un’arma a doppio taglio: ciò che conta è quale rappresentazione emerge. In questo senso lo storytelling diventa uno strumento capace di incentivare e accelerare un processo di accettazione.