Come il lavoro da remoto cambia la vita (e la politica) dell'ufficio?

Diverse aziende, tra cui Basecamp, danno l'esempio in termini di lavoro da remoto: il modello non è perfetto, ma le politiche interne degli uffici si smorzano

Avete mai sentito parlare di ‘prigione della presenza’, ovvero del costante bisogno di sapere dove si trovano i propri colleghi e cosa stanno facendo, fisicamente e virtualmente? Il fondatore e CEO di Basecamp Jason Fried ne sa qualcosa: trovandosi alla guida di un team che lavora da remoto, distribuito in sei diversi continenti, Fried sta cercando di dare il suo contributo per offrire un’alternativa valida a questa e altre politiche interne molto diffuse nella vita di ufficio di molti lavoratori dipendenti.

Meno controllo, più performance

“Come regola generale, nessuno a Basecamp sa davvero dove qualcun altro si trovi, in qualsivoglia momento. Stanno lavorando? Non si sa. Stanno prendendosi una pausa? Non si sa. Sono a pranzo? Non si sa. Stanno andando a prendere il figlio a scuola? Non si sa. Non importa.”, ha spiegato Fried a TechCrunch. Questo modello sarebbe supportato da uno studio dell’Harvard Business School condotto su alcuni lavoratori di fabbrica, che ha mostrato come i lavoratori fossero tra il 10% e il 15% più produttivi quando i loro manager non li stavano osservando. Senza il costante monitoraggio del management, i lavoratori tendono a sperimentare diversi approcci e metodi, prima di consegnare il risultato o il contenuto ai dirigenti o ai propri team leader.

Le performance dei lavoratori da remoto

I lavoratori da remoto tenderebbero in egual modo a concentrarsi di più e meglio sul proprio lavoro all’esterno del contesto di ufficio, perché in grado di focalizzarsi sul contenuto del lavoro in sé e non sul modo in cui quel lavoro viene percepito. Inoltre, come spiegato da una ricerca della Wharton School of Business, le amicizie che si formano sul posto di lavoro tendono ad essere aggravate da senso del dovere, reciprocità e fedeltà: quando emerge un conflitto, è difficile distinguere tra livello personale e lavorativo, mentre lavorando da remoto spesso non si condivide lo stesso quartiere coi propri colleghi, né generalmente si partecipa insieme ad eventi formali, talvolta imposti, e/o di team building.

L’isolamento rimane un problema

Allo stesso tempo, la solitudine rimane tuttora uno dei più grandi problemi per molti lavoratori da remoto, come mostrato dal 2018 State of Remote Work Report di Buffer. 

Si scrive più che parlare

Lato azienda, il lavoro da remoto è caratterizzato da comunicazioni scritte e non orali, e la scrittura blocca o comunque riduce gli effetti di alcune politiche più comuni all’interno della vita di ufficio, soprattutto in termini comunicativi e gerarchici. Basecamp, ad esempio, non svolge riunioni nelle classiche sale aziendali, e condivide ogni aggiornamento, decisione e discussione pubblicamente, in modo che sia accessibile all’intera compagnia, compresi i reparti non compresi in quel dibattito.

Emozioni meno visibili

Altre difficoltà del lavoro da remoto riguardano emozioni e reazioni. Come ha spiegato un designer che lavora presso WordPress, “Non posso sempre vedere le facce dei miei colleghi di team quando dò istruzioni, feedback o critiche. Non riesco sempre a capire come si sentono. È difficile sapere se qualcuno sta avendo una brutta giornata o settimana”.

Call più brevi ed efficienti

Wade Foster, co-founder di Zapier, ha pubblicato un manifesto di 200 pagine, dal titolo ‘The Ultimate Guide to Remote Work”, dove espone quelli che sono a suo parere i metodi più efficaci in termini di gestione di un team, assistenza di membri in difficoltà e molto altro. “Visto che siamo programmati per cercare minacce in ogni nuova situazione… provate a limitare le call audio o video a 15 minuti”.

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