Il giornalismo del 2030. Prospettive, rischi e opportunità

Condizionato da un mercato saturo, da modelli economici in crisi e da una tecnologia sempre più invasiva, il giornalismo vive tempi incerti. Ecco cosa possiamo aspettarci dal futuro

Il giornalismo vive in questi anni il periodo più frenetico della sua storia. La nascita dell’online e l’avanzare della tecnologia hanno completamente sconvolto un mondo ormai costretto a interrogarsi di continuo su quello che sarà il “dopo”, il futuro anteriore del mercato e della professione.

Ci si è via via chiesti se i giornali cartacei sarebbero sopravvissuti al web (“L’ultima copia del New York Times”, di Vittorio Sabadin, è del 2007), estendendo poi il quesito ai diversi settori: resisterà il giornalismo d’inchiesta? E la cronaca o il giornalismo di guerra? E cosa accadrà alla professione giornalistica in generale?

Oggi, dopo quasi 25 anni di giornalismo online, dieci di “febbre dei social” e almeno altrettanti di una crisi mordente e generalizzata, la risposta (la nostra risposta) alla domanda “Esisterà ancora il giornalismo, soprattutto quello di qualità?” non può che essere un “sì”, convinto e senza riserve.

Ma se dire sì è facile, capire come sarà il giornalismo di domani è un po’ più complesso.

Sostenibilità e modelli economici: i click non bastano

Premessa essenziale è accettare il fatto che, accanto alla sua funzione sociale, il giornalismo è anche un business che deve essere in grado di sostenersi economicamente e produrre utili. Ai tempi del giornalismo tradizionale, l’equazione era tutto sommato semplice, basata su pubblicità e copie vendute, ma il web ha completamente cambiato le cose.

Dalle nostre parti il modello dominante degli ultimi decenni, basato sugli accessi, sui clic – come spesso viene detto per semplicità – ha portato come conseguenze una ultra-frammentazione del mercato, un generico e generalizzato abbassamento della qualità in nome della quantità (per la necessità di generare un numero molto alto di contenuti e raggiungere gli obiettivi di traffico) oltre ai noti contraccolpi negativi sul mercato del lavoro, sempre più chiuso e dominato da un inesorabile crollo delle remunerazioni per freelance e “collaboratori esterni”, diventati una forza-lavoro sempre più importante per moltissime realtà.

Inoltre, per troppo tempo, all’interno dei grandi gruppi i ricavi pubblicitari del settore cartaceo hanno continuato ad essere dominanti rispetto a quelli derivanti dal digitale.

Qualità e tecnologia: il pubblico è disabituato

In questo panorama già compromesso, si è iniziato a pensare (molto lentamente, specie in Italia) a possibili soluzioni. Non facili, perché il modello economico basato sui clic e completamente gratuito per l’utenza, ha creato una platea poco propensa a pagare, ormai disabituata (e perlopiù disinteressata) ai contenuti di qualità, abituata a navigare tra pagine sostanzialmente identiche, ricche di dispacci d’agenzia copincollati, animaletti e video virali “rubati” dalla rete o dalla tv generalista.

Nell’arco di quindici anni sono state incrinate e mandate in frantumi reputazioni costruite faticosamente nell’arco di decenni. Oltretutto, una fetta sempre maggiore della potenziale platea è costituita da fasce d’età giovani. Ragazzi che hanno un’enorme dimestichezza con i mezzi tecnologici e che quando gli si chiede come si informano mai (o quasi mai) citano una testata giornalistica. Nominano Facebook, i social, ma a volte anche semplicemente “il telefono”, ovvero il device dal quale leggono le news.

La strategia degli editori nei confronti di Facebook, Google & Co. si è poi dimostrata totalmente deficitaria. Dopo anni di imponenti sforzi per essere più visibili attraverso il “filtro” di questi giganti del web, ormai è chiaro da che parte sta il manico del coltello. Per cambiare marcia e garantire un futuro al giornalismo servono idee e modelli nuovi.

Strategie e best practices: creatività

Quello che si sta provando a introdurre in Italia è il modello “paywall”, declinato in maniera diversa da diverse realtà editoriali come Repubblica, Corriere della Sera o Il Sole 24 Ore, ma consistente in sostanza in contenuti (multipiattaforma) per abbonati, dietro pagamento di una somma settimanale, mensile o annuale. Una transizione ancora agli inizi, della quale non è ancora possibile tracciare un bilancio.

Più svelte si muovono le cose fuori dai confini nazionali. L’urgenza di aumentare in maniera rapida e decisa i ricavi da digitale è avvertita un po’ ovunque. Anche se il NY Times è rimasto in edicola dopo il fatidico 2013 (data di cessazione delle pubblicazioni secondo la “profezia” di Arthur Sulzberger jr., editore del giornale dal 1992 a fine 2017), sulla Eight Avenue ci si prepara a un futuro in cui “i ricavi della carta stampata potrebbero essere pari a zero”, come spiegato recentemente dal Ceo Mark Thompson a Niemanlab. L’obiettivo minimo dichiarato (raddoppiare quelli da digitale entro il 2020) richiede investimenti e una strategia complessa. Che, nel caso del New York Times, comprende internazionalizzazione, targetizzazione dei contenuti, l’uso più creativo di immagini e video oltre che di formati e linguaggi innovativi, più adatti al mondo digitale. Ma – soprattutto – la rinuncia esplicita alla folle “corsa al clic”.

The New York Times

 

Nuove forme di finanziamento

Una delle novità potenzialmente più interessanti è quella in cui si modifica il rapporto fra i partner commerciali e la testata. Come spiega anche The Drum, il NY Times sta spingendo affinché i partner finanzino direttamente i loro contenuti editoriali più disparati, coprendo parte dei costi di realizzazione ma beneficiando essi stessi dell’associazione con un contenuto di qualità e un brand prestigioso come il Times.

Esempio virtuoso citato anche da The Drum è quello della relazione stabilita con Samsung per la sezione “The Daily 360”. Il marchio coreano ci ha messo la tecnologia, il giornale ci ha messo le conoscenze giornalistiche. Una volta formati oltre 200 dipendenti della testata, sono stati prodotti centinaia di servizi giornalistici in tutto il mondo, ottenendo milioni e milioni di visualizzazioni. Contenuti la cui diffusione ha ripagato dell’investimento sul progetto sia il giornale che Samsung. Un tipo di “partnership editoriale” che funziona molto bene con chi produce tecnologia ma che Sebastian Tomich, advertising chief del NY Times, ha già detto di non ritenere “confinata ai brand che hanno prodotti legati alla professione giornalistica”.

Anche da questo punto di vista, in Italia siamo parecchio indietro. L’impressione è che le differenze siano di tipo, per così dire, culturale. I tentativi visti finora di “contenuti sponsorizzati” sono più vicini al vecchio publiredazionale e riflettono – probabilmente – due facce della stessa medaglia. Da una parte la difficoltà editoriale a proporre contenuti di ampio respiro ai potenziali partner, dall’altra una certa diffidenza da parte dei marchi che, per stanziare delle somme, pretendono che il prodotto sia al centro di tutto. Senza che nessuna delle due parti si curi del fatto che il risultato finale sia qualcosa di simile a “Quanto è bello il fuoristrada – Sponsored by nota marca di fuoristrada”. Pecunia non olet.

Il caso del Washington Post e il “pericolo” intelligenza artificiale

Altra testata di riferimento per capire cosa potrebbe riservarci il futuro è il Washington Post. Il giornale del “Watergate”, un altro caposaldo della stampa democratica americana, è stato acquistato nel 2013, dopo anni di crisi, da Jeff Bezos, ossia mister Amazon.

Bezos ha preso in mano un gruppo che aveva perso quasi il 50% del fatturato nei sei anni precedenti e lo ha reso nuovamente produttore di profitti, pronto oltretutto ad assumere per crescere ancora. Merito di cospicui investimenti monetari, senz’altro, ma anche di scelte strategiche ragionate e coraggiose. La parole d’ordine della rinascita? Offrire un prodotto di qualità a un prezzo ragionevole, progettando le proprie mosse secondo le esigenze del lettore e non degli inserzionisti. Dando importanza alla creatività e alla tecnologia, ma senza diventarne schiavi, osando e sperimentando formati e contenuti diversi. Riscoprendo la verticalità e la “personalizzazione” dei contenuti (il Post offre agli abbonati oltre 65 diverse newsletter) e mettendo al centro di tutto il lavoro della propria newsroom, dove i giornalisti sono aumentati di numero – almeno 140 da quando Bezos ha preso in mano il giornale – ed affiancati da decine di nuove figure più tecniche, dai programmatori ai data analyst.

Un primato, quello umano, che non sembra essere messo in discussione dall’arrivo dell’Intelligenza Artificiale, per molti il vero spauracchio futuro della professione giornalistica. A chi ritiene che, un domani, saranno le macchine a riempire le pagine del web di testi anche elaborati ed approfonditi, farà forse piacere sapere che già fra il 2016 e il 2017 Heliograf, l’intelligenza artificiale del Washington Post, ha pubblicato autonomamente oltre 850 articoli sui temi più disparati (QUI un piccolo esempio), fra cui molti riguardanti la copertura delle presidenziali USA.

Questo però – come visto – non ha minimamente fatto venire meno la qualità dei prodotti giornalistici del Post né ha danneggiato le figure professionali umane. Anzi, l’AI è stata usata per sgravare da un certo tipo di funzioni i giornalisti in carne e ossa, permettendo loro di concentrarsi su lavori più impegnativi o accurati. E il Washington Post non è affatto un caso isolato. Anche dagli ultimi studi in materia, come quello recente del Tow Center, emerge che una volta “stabilizzati” gli arrivi di figure legate al digital e a competenze specifiche (come Analytics e social), i profili professionali più richiesti dai media dell’area metropolitana di New York hanno ricominciato ad essere quelli tradizionali.

Segno che se ancora non è possibile tracciare un ritratto del “giornalista del 2030”, possiamo essere ragionevolmente certi che nel futuro la professione sarà ancora viva e vegeta, importante come non mai. Forse avrebbe più senso chiedersi chi saranno gli editori, nel 2030.

Fabio Pisanu

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