Stati generali dell'Editoria, atto I

Cosa è successo (e soprattutto cosa non è successo) nelle giornate di apertura dell'incontro che dovrebbe "rilanciare il giornalismo italiano"

Nell’informazione italiana, la scorsa settimana, si è celebrata una vera rivoluzione epocale: gli Stati generali dell’Editoria. Finalmente un momento vibrante e senza esclusioni di colpi, dove la passione per il mestiere dell’informazione ha stravolto i cliché di giornalisti e comunicatori asserviti al potere, dove il futuro ha dominato il proscenio e che giustamente è finito sulle prime pagine – “analogiche” e digitali – di tutte le testate nazionali.

Mi rendo conto, fare sarcasmo sul primo passo degli Stati generali dell’Editoria è peggio che sparare sulla Croce Rossa: è attentare direttamente alla vita del becchino.

Stati generali dell’Editoria: cosa sono

In teoria, gli Stati generali dell’Editoria sono un’iniziativa meritoria. “Fortemente voluti”, come si legge sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria, dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e organizzati dal Sottosegretario con delega all’informazione e all’editoria, Vito Crimi, per discutere di temi che spaziano “dall’equo compenso alle querele temerarie”. Con cinque aree tematiche (informazione primaria, giornalisti, editoria, mercato e cittadini) e uno spazio semestrale per giungere “con spirito di concertazione” alle soluzioni per rilanciare il giornalismo tradizionale e on-line. Il 25 marzo sono state presentate le proposte in base agli organi invitati e teoricamente rappresentativi del mondo dell’informazione: ad aprile ci sarà una prima consultazione online, seguita a distanza di un mese da riunioni tematiche; a giugno, i risultati dei precedenti incontri saranno discussi pubblicamente; a luglio si tireranno le somme delle proposte da un punto di vista politico, coinvolgendo le commissioni parlamentari interessate. A settembre, il dipartimento per l’Editoria esporrà le proposte di legge al governo.

Come sono iniziati

Al primo atto hanno partecipato i presidenti di Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg), Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi) e Ordine dei Giornalisti (Odg), Associazione Nazionale Stampa Online (Anso), Unione Stampa Periodica Italiana (Uspi), Utenti Pubblicità Associati (Upa). Rischiavano di mancare i giornalisti, davvero: una metafora meravigliosa. In ogni caso, gli Stati generali dell’Editoria sono mancati sui giornali, sulle testate: sfido chiunque a chiedere a (quasi) chiunque in Italia cosa siano gli Stati generali dell’Editoria e avere una risposta degna di senso. In realtà, gli Stati generali dell’Editoria importano solamente agli editori, poco ai giornalisti: e la cosa ha senso.

Fra i temi portanti e nel novero delle decisioni potenziali ci sono infatti la legislazione a tutela dell’informazione e i contributi pubblici all’editoria. Il primo è un aspetto vitale per la sopravvivenza dell’informazione ufficiale ed è giusto che sia affrontato con le istituzioni, ma interessa anche gli editori che spesso delle spese dei propri dipendenti (intese come copertura per le cause legali) devono farsi carico. Dico spesso, perché ormai non sempre – purtroppo – le testate coprono le spese derivanti da cause legali intentate contro giornalisti che con loro collaborano. Il secondo aspetto riguarda la stessa sopravvivenza delle testate giornalistiche. Ma così non dovrebbe essere: la verità è che ha ragione Crimi quando parla di “nuovo modello per rilanciare il settore, non per farlo bivaccare”. Sì, colleghi, lo so che suona strano: ma in questo caso ha ragione Crimi.

I modelli di business nelle testate giornalistiche

Le testate giornalistiche non campano (per la stragrande maggioranza) su modelli di business, sulle vendite dei giornali, su qualsiasi altro piano di investimento che preveda ROI. Delle vendite dei propri prodotti e servizi (eh sì, le testate giornalistiche sono un’impresa di natura economica), ne fanno sicuramente guadagno ma non è così che tirano fuori i numeri per pareggiare i propri bilanci. La stragrande maggioranza delle testate – italiane come estere –  campano con ciò che ci mette l’editore e con ciò che arriva dalla pubblicità. Questo significa che dentro le testate si fanno prioritariamente gli interessi dei finanziatori. Semplice, punto. Continuare a pensare che gli incentivi pubblici siano dovuti per salvare testate decotte, è ancora peggio: significa spesso alimentare giornali che non hanno senso di esistere perché privi di pubblico. E non è giusto che il pubblico – inteso come collettività – paghi per questo. Anche perché – casualmente – queste stesse testate hanno interessi convergenti con i potenti al potere (cioè con i politici di turno).

Come migliorare gli Stati generali

Il primo atto degli Stati generali dell’Editoria sembra l’ouverture dell’ennesima occasione persa, una svolta rivoluzionaria in salsa reazionaria, visto che come recita Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Premesso quindi che è giusto che in sedi istituzionali si parli di tutele legali dei professionisti, ed è legittimo auspicare investimenti pubblici tarati su parametri reali di interesse collettivo e non solo su prebende per giornali che – a diverso titolo – non le meritano, di cos’altro potrebbero trattare gli Stati generali dell’Editoria?

Di presente, ma quello vero: social e fake-news, news-writing bots, content automation, nuovi modelli di business legati all’editoria, sistemi informativi moderni, professioni davvero utili in campo editoriale come i data analyst, data e visual journalist. E di cosa funziona all’estero nel nostro settore come benchmark per riformare il comparto nazionale. Del futuro, inteso come quello prossimo: automated journalism, robot reporter, VR e AV applicata all’informazione, blockchain, intelligenza artificiale e servizio informativo applicato agli strumenti della quarta rivoluzione industriale.

Non è un caso che a toccare alcuni tra questi temi, con un invito finale a formarsi sulle nuove tecnologie, sia stata Giovanna Maggioni, direttore generale Upa, organismo esordiente in un tavolo dedicato alle tematiche editoriali.

Nuovi interlocutori

Di questi temi bisogna parlare con al tavolo attori tecnologici come Google, Facebook, Apple, Samsung, Huawei che svolgono ormai in maniera massiva il ruolo di editori. Bisogna stare con loro al tavolo senza ringraziarli – come spesso avviene, quasi fosse la concessione dei nuovi padroni dell’informazione – ma richiamandoli alle loro responsabilità attraverso gli interventi istituzionali. Devono farsi carico del futuro dell’informazione, perché attraverso l’informazione incrementano il fatturato e profilano i nostri interessi per targetizzarci al meglio, ad uso del marketing digitale.

A questi tavoli, assieme a istituzioni professionali poco rappresentative, devono esserci attori economici nel campo dell’informazione e della comunicazione presenti sul mercato. Gente come noi – non ci nascondiamo –  che campa del suo lavoro secondo logiche d’impresa (e mettendoci passione, etica, creatività), realtà come Spazi Inclusi, Fanpage, Ninja Marketing, Web AlchLab, etc. Cioè esperimenti crossover tra informazione e comunicazione che camminano con le proprie gambe, in base a modelli di business, creando lavoro e innovazione.

Largo ai giovani

A questi tavoli, dovrebbero esserci le accademie formative come le Scuole di giornalismo, perché l’attitudine a tenere fuori i giovani è un vizio italiano che dovrebbe finire: sono i primi che adesso vivono in un purgatorio tendente all’inferno in termini di prospettive professionali, e da soli rimangono, mentre i più esperti si confrontano ai convegni. Sarebbe utile coinvolgerli anche per favorire la notiziabilità dell’evento, visto che i giovani colleghi sono i primi collaboratori delle grandi e piccole testate. E pare che siano anche attivi sui social.

Non dico di farlo in ottica speculativa, ma strategica: se neanche noi stessi parliamo dei nostri temi, o non li consideriamo rilevanti o non diamo nessuna importanza al ruolo dell’informazione. Ecco, tanto per dare qualche spunto su come si potrebbero arricchire queste occasioni di confronto, in un momento in cui davvero la crisi dell’informazione e dell’editoria in generale attenta alla vita stessa della nostra professione. Allora sì che questo tipo di meeting istituzionali sarebbe qualcosa di diverso. Allora sì che gli Stati generali dell’Editoria sarebbero davvero una notizia.

Gianluca Schinaia, co-fondatore e presidente di FpS Media

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