Digital divide, giornalismo sempre più classista

Il digital divide non riguarda soltanto dispositivi e connessioni Internet: riguarda anche (o soprattutto) i contenuti, gli articoli e i risultati dei motori di ricerca.

Cosa vede sui motori di ricerca un uomo con un reddito e un livello di istruzione basso? Cosa trova una donna su Google quando cerca annunci di lavoro dopo un periodo di detenzione? Quali articoli e annunci pubblicitari sono posizionati prima della cassa di un supermercato in un quartiere povero di una grande città? Queste sono le domande che non solo incuriosiscono Jay Hamilton, economista, autore del libro All The News That’s Fit to Sell e direttore del programma di giornalismo di Stanford, ma che lo motivano a portare avanti le sue ricerche sulle comunità con basso reddito e i modelli di media che le targettizzano.

Jay Hamilton, insieme a Fiona Morgan (una consulente sugli ecosistemi di informazione ed ex direttrice del programma News Voices di Free Press), ha pubblicato la sua ultima ricerca sull’International Journal of Communication. I due, intervistati da Nieman Lab in merito alla loro ultima fatica, hanno spiegato cosa li ha spinti a perseguire questo lavoro e cosa hanno scoperto grazie alla loro inchiesta.

Quali storie non vengono raccontate?

Secondo Morgan, due dei problemi chiave riguardano la notiziabilità e la rilevanza. In primis, infatti, un problema comune a molti giornalisti, influenzato da diversi fattori interni ed esterni, è quello che molte storie non vengono raccontate, spesso in favore di contenuti meno interessanti, ma anche meno costosi o faticosi da produrre. Inoltre, certe fasce di lettori e fruitori di notizie, ricevono più notizie e informazioni sulla propria comunità rispetto ad altri gruppi, meno favoriti. Il risultato è che l’attenzione di editor e giornalisti si sta polarizzando sempre di più: la ricchezza viene raccontata e rappresentata attraverso il lusso (prodotti, ristoranti, esperienze, ma anche personaggi inarrivabili e ispirazionali), mentre le classi sociali più basse e svantaggiate vengono rappresentate quasi unicamente attraverso la cronaca nera e giudiziaria.

Domanda di informazione

Secondo Morgan e Hamilton, esistono quattro diversi tipi di domanda di informazione:

Intrattenimento: contenuti divertenti e che intrattengono il pubblico

Produttore: soprattutto nel caso di piattaforme e periodici specialistici, i giornalisti devono rimanere informati su trend di mercato, novità di settore e pezzi d’opinione rilevanti e molto discussi

Consumatore: il pubblico è composto da consumatori e i consumatori cercano consigli per indirizzarsi sull’acquisto di un device, un servizio, un viaggio ecc…

Voto: la domanda di informazione relativa al voto, alla politica, a contenuti che possano influenzare le proprie scelte e le proprie prese di posizione come cittadini e come elettori

Quali sono gli incentivi?

Tra questi quattro tipi di domanda di informazione, l’ultima è quella che viene più trascurata (o curata con negligenza e scarsa costanza) dalle redazioni. Per quanto riguarda invece gli incentivi che smuovono progetti editoriali, li rendono economicamente sostenibili e fidelizzano quanto più possibile il pubblico, ne sono stati individuati cinque:

Abbonamenti: i lettori pagano per ricevere un certo tipo di informazione

Pubblicità: l’attenzione degli utenti viene venduta a terzi

Voto: in caso di influenze politiche e di partito, l’informazione diventa partigiana

Nonprofit: si vuole influenzare l’audience affinché cambi la propria prospettiva sul mondo o su una o più questioni

Dire la propria: l’espressione di sé e la necessità di dare la propria opinione

Come fatto notare dai due ricercatori, ognuno di questi incentivi non favorisce la fascia di individui con un livello di reddito basso: sono quelli meno disposti a pagare per ricevere news, a comportarsi come consumatori razionali, a votare. Hanno spesso un accesso minore se non assente alla banda larga.

La conclusione?

Il digital divide non è solo in termini di tecnologia e dispositivi, ma anche (e soprattutto) in termini di contenuto. Non a caso diverse famiglie non hanno ancora un computer fisso con una connessione Internet di ottima qualità nelle proprie case, ma utilizzano ogni giorno uno smartphone con connessione veloce: anche quando l’accesso alla Rete è reso possibile dai device mobili, il problema in termini di contenuti, algoritmi (e anche motori di ricerca) permane.

di Miriam Goi

 

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