Automazione, le soluzioni sociali per affrontarla

Forse bisognerebbe smettere di concentrarsi solo su quanti posti di lavoro spariranno con l'AI e cominciare a capire come affrontare il problema

Automazione, le soluzioni sociali per affrontarla

I ricercatori Lukas Schlogl e Andy Sumner del Center for Global Development hanno di recente pubblicato uno studio, ‘The Rise of the Robot Reserve Army’, che pone interrogativi interessanti, a partire da questo: ci stiamo focalizzando troppo sull’analizzare esattamente quanti posti di lavoro verranno distrutti dall’Intelligenza Artificiale e troppo poco su come affrontare il problema?

Secondo gli autori del paper, è impossibile quantificare quanti posti di lavoro verranno persi. Ma sarebbe più rilevante concentrarsi sugli effetti, a partire da quelli che potranno colpire ad esempio i Paesi in via di sviluppo, dove il mercato è focalizzato sulla produzione manuale, meccanica e ripetitiva, con diversi lavori non specializzati nelle fabbriche e in agricoltura.

La prima conseguenza sarebbe ad esempio quella di una crescente polarizzazione del mercato del lavoro, con un declino in termini di sicurezza, tutele, stipendi e stile di vita, che potrebbe sfociare in insoddisfazione politica generalizzata. In altre parole, ci sarà ancora lavoro per la maggior parte delle persone, ma sarà sottopagato e instabile, con sempre meno benefit.

Qual è la soluzione?

Schlogl e Sumner hanno individuato diverse soluzioni proposte nel tempo da movimenti, organizzazioni e ricercatori, sottolineando che nessuna sembra davvero realistica o applicabile.

Limitare l’automazione

La prima viene definita quasi luddista: la proposta di tassare i beni prodotti con i robot (o i robot stessi) e creare leggi per limitare l’automazione ricorda a tratti il movimento luddista che nell’Ottocento reagì violentemente all’introduzione di macchine nell’industria, quali il telaio per maglieria.

Tagliare stipendi e benefit

Un’altra possibile misura sarebbe quella di ridurre il costo del lavoro umano, abbassando stipendi e limitando i benefit. La questione in questo caso è quanto in là si possa andare, in termini di tagli e riduzioni, prima che le persone scendano in strada a fare riot di protesta.

Formare i lavoratori a rischio

Formare i lavoratori già inseriti nel mondo del lavoro non è semplice, anche perché non è chiaro ancora quali lavori resisteranno per un tempo sufficientemente lungo all’automazione. Inoltre, in contesti come quelli dei Paesi in via di sviluppo, esistono poche infrastrutture per l’educazione nel settore terziario.

Reddito minimo universale

Misure economiche come il reddito di base o di cittadinanza, sarebbero alquanto difficili da implementare in Paesi in via di sviluppo, perché richiedono l’esistenza di lavori proficui che permettano di redistribuire parte delle tasse o dei contributi incassati dallo Stato. Secondo i due ricercatori questioni come la “profittabilità, le regole sul lavoro, i sindacati, le aspettative aziendali e sociali, saranno importanti tanto quanto gli sviluppi tecnologici per definire quali lavori verranno automatizzati”.

E ancora: “Nel lungo termine, per quanto possa suonare utopico, ci sono ragioni morali per sostenere un modello di redistribuzione del reddito globale, finanziato dai profitti provenienti dai Paesi con i redditi più alti.” La coppia ha ammesso di ritenere difficile che una simile misura sia mai proposta o implementata.


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